giovedì 26 gennaio 2012

giovedì 19 gennaio 2012

Rating e capitalismo: ogni agenzia fa vincere il proprio Paese!!

«Nient'altro che la verità, il credito, l'imparzialità». Dagong, l'agenzia di rating cinese, non lascia scanso ad equivoci: i voti che assegna in giro per il mondo – annuncia nella prima pagina del suo sito Internet – non sono altro che la verità.


Ma anche Kroll Bond Rating, agenzia di valutazione americana creata da una costola della famoso gruppo di investigazione, non scherza in quanto ai motti: «A differenza delle altre agenzie – spiega nel suo sito Internet – le nostre metodologie di valutazione si basano sulla filosofia dello scetticismo, su sofisticati modelli, sua una diligente attività di investigazione». Tanto di cappello, c'è veramente da fidarsi.Ma messaggi simili si vedono un po' su tutte le home page delle innumerevoli agenzie di rating che sentenziano in giro per il mondo: anche la stessa Moody's, che si autodefinisce «una componente essenziale dei mercati globali», non lesina la modestia.


E non lo fa neppure A.M. Best, valutatore americano dedicato al settore assicurativo, che si presenta con questo motto: «I migliori rating e le migliori analisi». Peccato, però, che le «verità» di tutti questi valutatori siano tutte diverse le une dalle altre. E peccato soprattutto che troppe agenzie cadano nel "vizietto" di concedere rating un po' più benevoli al proprio Paese rispetto agli altri. Basta mettere a confronto le pagelle di alcune delle innumerevoli agenzie (se ne contano a decine in ogni parte del mondo, anche in Sud Africa e in Sud America) per capire cosa siano i rating: semplici opinioni. Tutte diverse.


Casa dolce casa


Dagong, l'agenzia di rating cinese, assegna per esempio una patriottica "Tripla A" alla Cina. Insomma: agli occhi degli analisti locali, la Repubblica Popolare è solida come una roccia. Tanto forte che più volte, in diversi comunicati stampa, Dagong ha confermato e stra-confermato quella "Tripla A". Ben meno forti sono invece gli Stati Uniti, che – secondo la verità degli analisti di Dagong – meritano una misera "A" con prospettive negative: si tratta di cinque gradini in meno.


Ovvio, si dirà: gli Usa hanno un debito pari al 100% del Pil.La stessa ovvietà, però, tanto ovvia non è per Moody's. L'americanissima agenzia di rating quotata a Wall Street sembra infatti restituire il favore alla concorrente cinese: secondo i suoi analisti sono gli Stati Uniti a meritare la "Tripla A" (seppur con prospettive «negative»), mentre la Repubblica Popolare si deve accontentare di una più modesta "Aa3". Cioè tre gradini sotto il paradiso.


Standard & Poor's, nonostante la nazionalità statunitense, ha avuto il coraggio di bocciare la madrepatria a "AA+". E già c'è chi, sui blog, la "bolla" come vicina ai Repubblicani. Ma comunque anche S&P non va oltre la "AA-" quando valuta la Cina.Anche i Giapponesi non si tirano indietro nel campanilismo. Indovinate che giudizio assegna la Japan Credit Rating al proprio Paese? Una "Tripla A", che domande. Poco importa se il Giappone abbia un debito pubblico pari al 233% del Pil (stima del Fondo monetario internazionale): una sana "Tripla A" non si nega mai al proprio governo. Sarebbe scortese. A onor del vero, la Japan Credit Rating è anche l'agenzia più benevola con l'Italia: secondo i suoi analisti anche il nostro rating vale un'altissima "AA". Sarà che di fronte a una "Tripla A" assegnata al Giappone, non potevano buttare l'Italia troppo in basso: in fondo Roma nuota "solo" in un debito pari al 120% del Pil.


Un po' più cauta è invece l'altra agenzia giapponese, la R&I: ha appena declassato il proprio paese alla "AA+". Cioè un gradino sotto la "Tripla A". Per contro, però, R&I si sfoga contro la Cina, valutata solo "A+": si tratta dello stesso voto che i suoi analisti assegnano anche all'Italia. Insomma: ai loro occhi la crisi italiana non è molto dissimile dal miracolo cinese. Ora non resta che creare un'agenzia di rating europea. O (perché no?) solamente italiana: chissà che, in questo modo, anche per noi non possa arrivare presto una credibilissima "Tripla A"...


Ognuno dice la sua


Le decine di agenzie di valutazione che girano sui mercati finanziari, in realtà, litigano anche quando valutano gli altri. Basta confrontare i rating che vengono assegnati a un Paese come l'Italia, per capirlo: «Il Sole 24 Ore» ne ha confrontati sette, trovando cinque diverse valutazioni. La cinese Dagong è la più severa, dato che all'Italia assegna una "BBB" con prospettive negative: due passi soli dai rating speculativi. Proprio ieri la stessa Dagong ha sentenziato che i debiti dei Paesi europei nel 2012 diventeranno «ancora più insostenibili».In questo giudizio i cinesi sono in sintonia con gli americani di Standard & Poor's, che pochi giorni fa hanno declassato mezza Europa e l'Italia al livello "BBB+": un solo gradino sopra i severi cinesi. Fitch e la canadese DBRS sono i più benevoli con il Belpaese, dato che ci tengono nel campo delle "A".


Ma gli analisti che più si fidano di noi, come detto, sono i giapponesi. E disparità simili ci sono nei confronti di tanti altri Paesi: anche la Spagna ha cinque rating diversi su sette agenzie.Le differenze sono facilmente spiegabili: ogni agenzia ha i suoi metodi di valutazione. «C'è poi anche una differenza culturale che separa gli analisti in Cina o in Europa», osserva un ex dirigente di uno dei big delle pagelle. Ma forse la spiegazione è anche un'altra: le agenzie vengono pagate in gran parte dalle società che devono valutare e in parte minore dal mercato. Poche agenzie si fanno pagare esclusivamente dal mercato: per esempio l'americana Egan-Jones. Questi diversi "committenti" possono creare differenze di "vedute"? Le agenzie lo negano. Tanti lo temono.Sta di fatto che, a prescindere da chi le paga, la domanda è: come fa il mercato, e soprattutto l'intera industria del risparmio gestito, a basare tutte le strategie di investimento solo sui rating? Anzi: solo sui giudizi di tre (Moody's, S&P e Fitch) delle innumerevoli agenzie?


Fonte: il Sole 24ore del 19/01/2012

domenica 8 gennaio 2012

Poveracci a Cortina

La vicenda di Cortina e del blitz della Finanza sembra uscita davvero da un cinepanettone fetecchia di De Sica & C: nulla tenenti con Porsche al seguito, negozi che aumentano del 400% gli incassi.

L'impressione è che l'evasione si pratichi d'Ampezzo in tutta Italia e che, nel caso, a fare la settimana bianca ci fosse parecchia gente abituata al nero. Tant'è.

In questi giorni però, contro il blitz si sono schierati in parecchi. Massimo Boldi (uno del cast) ci ha rivelato ad esempio che "molti di quelli che si fanno vedere col macchinone a Cortina sono spesso dei poveracci" (chissà come considera costui chi villeggia in Dacia al Calambrone), mentre il sindaco ha tuonato contro "l'operazione da stato di Polizia", facendo sponda agli albergatori che gridano: "Ora qualcuno dovrà pagare i danni".

Mai nessuno, ovviamente, fra chi non ha una busta paga da dipendente, che consideri naturale in questo Paese pagare semplicemente il dovuto.

Come se davvero l'Italia fosse altro che un enorme cinepanettone. Uno sbracato film d'evasione. Fiscale.

sabato 24 dicembre 2011

Se il Natale non è così dolce

Forse è solo un caso, ma comunque conforta vedere la fuga di massa che si sta registrando nelle sale dai Cinepanettoni.

Come se gli italiani si fossero improvvisamente ribellati all'immagine flautolente che, da anni, ne danno De Sica, i Vanzina e Neri Parenti.

Forse è un caso, ma anche il Grande Fratello fa ascolti come un programma dell'Approdo, gli show della D'urso e di Signorini hanno avuto lo share poco sopra al nonoscopio mentre Corona è evaporato come un tavernello stappato.

Anche in libreria si guarda con distacco alle strenne di Vespa mentre i libri di Crepet e di Raffaele Morelli vengono usati per la loro funzione naturale: fa smettere i tavoli di ballare.

Sembra quasi che il Paese, devastato dalla crisi, abbia d'un tratto deciso di sbarazzarsi della fuffa.

Forse non è un caso. "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori" cantava De Andrè. Che è un modo poetico per dire come dal peggio nascono le cose belle.

Autorizzando a sperare che dal letame etico di questi tempi possa germogliare un'Italia migliore, meno superficiale e meno avida.

E' il miglior augurio di Natale che possiamo farci.

lunedì 28 novembre 2011

Giusto portare a 65 anni la pensione delle donne

L'aumento dell'età pensionabile delle donne, inserita in un contorto provvedimento che mira a salvare l'Italia dalle fiamme dei mercati, sembra a prima vista una misura affrettata e disperata. Ma è in realtà una misura dovuta da troppo tempo, che mira a correggere una vistosa smagliatura del sistema pensionistico.

L'aumento dell'età pensionabile, per donne e uomini, è una risposta ragionevole e leggittima ai problemi posti da quella che è essenzialmente una buona notizia: la vita umana si allunga. Quando il Cancelliere Bismarck introdusse le pensioni pubbliche in Germania nella seconda metà dell'Ottocento, l'età pensionabile era di 60 anni, pur se la vita media non superava i 50. Le pensioni, insomma, erano riservate a pochi e robusti vecchi. E la previdenza era, almeno all'inizio, un buon affare per gli Stati: i lavoratori contribuivano tutti, ma i benefici andavano a pochi.

Oggi, con la speranza di vita vicina agli 80 anni, un Bismarck redivivo stupirebbe nel costatare che i suoi nipotini nei governi hanno, almeno fino a pochi anni fa, lasciato l'età di pensionamento vicina al livello del suo tempo, pur in presenza di un cospicuo aumento della vita media.

Insomma, la soluzione di buon senso al nodo invecchiamento/pensioni è la seguente: se la gente vive più a lungo, allora che lavori più a lungo. Ma forse neanche questa conclusione è corretta. In un'ottica autenticamente liberale, l'età pensionabile non dovrebbe essere nè alta nè bassa. Dovrebbe semplicemente essere libera. Appartiene alla sfera privata dell'individuo decidere come dividere la sua vita fra lavoro e riposo.

Le pensioni d'anzianità italiane non sono da condannare perchè vi sia qualcosa di immorale nell'andare in pensione presto. Sono da condannare perchè danno a chi ne beneficia molto di più di quel che ha versavo. Per questo è stato creato il sistema contributivo: questo sistema fa sì che il lavoratore, quando va in pensione, abbia quel che ha versato. Se vuole andare in pensione presto avrà di meno, se vuol andare in pensione tardi avrà di più, secondo parametri noti. E se nel frattempo la vita media aumenta ancora, le condizioni di pensionamento ne terranno conto.

In tutto questo si inserisce un problema di genere, nel senso del genere femminile. Nel mondo ci sono molte regole, pratiche e istituzioni che discriminano le donne, e alcune contro-regole - per esempio le quote rosa - sono state introdotte per correggere queste discriminazioni. Ma in Italia c'era anche una discriminazione all'incontrario, cioè un ingiustificato trattamento di favore, a favore, appunto, delle donne: le condizioni di accesso alla pensione. In effetti, c'era un doppio trattamento di favore. Il primo stava nel fatto che le donne andavano in pensione prima degli uomini. Il secondo sta nel fatto che le donne in media vivono più a lungo degli uomini, e quindi ricevano un monte pensioni più alto: la loro vita residua è più elevata. Anche se andassero in pensione alla stessa età degli uomini, godrebbero della pensione più a lungo. E' praticamente impossibile, e probabilmente costituzionalmente indiffendibile, eliminare questo secondo trattamento di favore, ma il primo può essere corretto. Per le lavoratrici del settore pubblico questa correzione, sotto il pungolo di una condanna dell'Unione europea è stata fatta. Per le donne che lavorano nel settore privato le misure di Ferragosto stabiliscono una graduale equiparazione - a 65 anni, con aumenti dell'età pensionabile scaglionati, per un totale di 60 mesi, fino al 2028 - all'età pensionabile degli uomini. Aumenti che si sommeranno a quelli derivanti dall'indicizzazione dell'età prevedibile innalzamento della vita media.

Certamente le aspettative legittime o i diritti acquisiti di quante contavano di andare in pensione a una certa data saranno intaccati. Ma può essere consolante sapere che queste misure sono graduali (partiranno dal 2016) e vanno a togliere vantaggi non equi.

mercoledì 16 novembre 2011

La concorrenza dei Paesi low cost

Nella nostra capacità di lavoratori o imprenditori dobbiamo fare i conti con altri lavoratori e altri imprenditori: quelli dei Paesi low cost che ci fanno concorrenza più o meno leale. Che cosa fare? C'è chi vorrebbe tornare al protezionismo, eirgendo quote o dazi: una scelta che la storia ha dimostrato perdente, e che soffre di qualche eccezione solo quando una nazione è agli albori dello sviluppo e vuole favorire industrie nascenti. Tuttavia, non ci si può nemmeno limitare a registrare i danni e magari, se si vuole essere altruisti, congratularsi con lavoratori e imprenditori dei Paesi più poveri del nostro che stanno uscendo dalla povertà esattamente come facemmo noi in periodi lontani della nostra storia: lavorando e producendo e offrendo al resto del mondo merci e servizi con un rapporto vincente fra prezzo e qualità. Possiamo fare qualcosa di più: se quel che produciamo viene scalzato dalla concorrenza dobbiamo produrre qualcosa di diverso, innovare i modi di produrre e i prodotti stessi.
Quel che succede è già successo in passato, la storia economica del mondo è da sempre scandita da "passaggi del timone" fra Paesi emersi ed emergenti: la concorrenza è un processo di creazione e distruzione, ma la distruzione può essere creativa. Quando parliamo di concorrenza dei Paesi low cost parliamo di concorrenza di prezzo. Ma questa è solo una parte di quel che succede nell'arena dei mercati.
Ascoltiamo un grande economista, Joseph Schumpeter: "Appena la concorrenza sulla qualità e sui servizi al cliente viene ammessa nei sacri recinti della teoria, la variabile-prezzo scende dal suo piedistallo. Nella realtà del capitalismo, in quanto distinta dall'immagine che ne danno i libri di testo, non è la concorrenza sul prezzo che conta. La competitività è quella che viene dal nuovo prodotto, dalle nuove tecnologie, una competitività che determina un vantaggio decisivo di costo o di qualità, e che non opera al margine; minaccia non tanto i profitti o le quantità prodotte ma le fondamenta stesse, la vita stessa delle imprese. E' di tanto più efficace della concorrenza di prezzo un bombardamento è più efficace dello scasso di una porta."
Molti obietteranno che cambiar pelle, per imprese e lavoratori, è più facile a dirsi che a farsi, ma non ci sono alternative. Tanto più che la concorrenza dei Paesi low cost non è in gioco a somma perdente. Questi Paesi, che all'inizio ci fanno concorrenza su quei prodotti - per la persona e per la casa - che erano e sono uno dei nostri punti di forza, quando diventano più ricchi diventano anche mercati di sbocco per le nostre esportazioni. Esportazioni che in effetti stanno crescendo fortemente verso quelle aree. Se quindi saremo capaci di cambiare i nostri mix produttivi e di offrire beni di qualità più elevata, troveremo ad accoglierci mercati molto più vasti di prima.
Come lavoratori, allora, dobbiamo essere pronti a cambiar lavoro, perchè fare sempre la stessa cosa non è più possibile. Un tempo, nella vita lavorativa, c'era prima un periodo di studio, dopodichè si entrava nel mondo del lavoro dove si rimaneva fino alla pensione. Non è più così. Studio e lavoro ci accompagnano lungo tutta la vita attiva, perchè può essere necessario acquisire nuove professionalità e nuovi saperi. E lo Stato deve offrire i mezzi per una formazione continua, così da lubrificare il passaggio di risorse umane da settori in declino a settori in espansione.

martedì 15 novembre 2011

La cura pensioni chiede tempo

E' sulla questione delle pensioni che l'Italia esibisce uno dei tanti paradossi che segnano la nostra convivenza.

E' diventato quasi proverbiale lamentare il peso delle pensioni sulla nostra finanza pubblica. E a guardare i grandi numeri questa lamentela è certamente fondata. La spesa per le pensioni in rapporto al valore di quel che viene prodotto in Italia (Pil) è la più pesante in Europa. Ed è così da molto tempo. A prima vista, sembra quindi giusto, quando diventa inevitavile agire sulla spesa, colpire le pensioni. Ma come si concilia questo grosso peso della spesa pensionistica con l'esistenza di tante pensioni di importo esiguo? Si concilia perchè nel passato le pensioni sono state usate a scopo assistenziale, concedendo vitalizi anche a chi aveva lavorato poco a chi si trova in particolari condizioni: non a caso, sempre guardando ai confronti internazionali, la nostra spesa per pensioni è record, ma la spesa sociale complessiva è bassa: segno che quella parte della spesa sociale - assistenza, sanità ... - che non riguarda le pensioni è particolarmente modesta.

Ma veniamo al paradosso. Prorprio perchè la spesa per pensioni è un fardello pesante, già da vent'anni tutte le manovre di contenimento della spesa hanno cercato di stringere sulle pensioni. Certamente, non si può ridurre quelle già in essere. Si può agire al margine, riducendo privilegi e benefici per i pensionandi futuri. E questo è stato fatto, al limite dell'ingiustizia. Per esempio, l'Italia è l'unico Paese dove le pensioni non sono pienamente indicizzate ai prezzi. Negli altri Paesi, o sono indicizzate ai salari (come era in Italia prima della riforma Amato del 1992) o sono indicizzate al costo della vita. E la manovra recentemente approvata ha ulteriormente limitato questa indicizzazione. Inoltre, abbiamo innalzato l'età pensionabile; questa è una misura sacrosanta: se si vive più a lungo, si può anche lavorare più a lungo, altrimenti, con l'allungamento della vita si finisce col ricevere dalla pensione - che è un salario differito! - molto di più rispetto ai contributi che abbiamo versato. E abbiamo anche, correttamente, indicizzato l'età di pensionamento agli anni medi residui (speranza di vita). Riforme, queste, scaglionate fra il 1992 e il 2009, che sono un modello per il resto dell'Europa (come ha riconosciuto una recente analisi dell'Economist). Uno studio della Commissione europea conclude che, malgrado l'invecchiamento della popolazione, la spesa per pensioni in rapporto al Pil diminuirà in Italia, sia pure di poco, mentre aumenterà, per quasi 3 punti di Pil, negli altri Paesi dell'euro.

Il paradosso quindi sta nel fatto che per la spesa pensionistica siamo gli ultimi della classe se guardiamo alla situazione in essere, e i primi della classe se guardiamo al futuro. Naturalmente, la consolazione è magra, perchè vuol dire che chi andrà in pensione avrà trattamenti molto più ridotti rispetto a quelli goduti dai padri o dalle madri. Chi è già in pensione non potrà contare su un pieno adeguamento ai prezzi (questo rimane solo per le pensioni minime), e chi ancora ci deve andare ci andrà più tardi e riceverà di meno rispetto al passato (anche se godrà della pensione per un tempo più lungo, dato l'allungamento della vita). A tutti questi sacrifici si potrebbe ovviare se l'economia italiana riprendesse a crescere (sarebbe più facile risparmiare per una pensione integrativa). Ma questo è un altro problema.