Ieri in ufficio ho ricevuto il primo regalo "della" tesi: il mio "capo" mi ha regalato 3 libri dei suoi tre autori preferiti.
Ieri sera ho iniziato a leggerli, partendo dal libro "L'aleph" di Jorge Luis Borges... e si inizia con delle perle di letteratura (vi riporto alcune frasi del primo capitolo, intitolato "L'immortale").
"Essere immortale è cosa da poco: tranne l'uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. Ho osservato che, nonostante le religioni, tale convinzione è rarissima. Israeliti, cristiani e musulmani professano l'immortalità, ma la venerazioe che tributano al primo dei due secoli prova ch'essi credono solo in esso, e infatti destinano tutti gli altri, in numero infinito, a premiarlo o a punirlo. Più ragionevole mi sembra la ruota di certe religioni dell'Indostan; in tale ruota, che non ha principio né fine, ogni vita è l'effetto dell'anteriore e genera la seguente, ma nessuna determina l'insieme... Ammaestrata da un esercizio di secoli, la repubblica degl'Immortali aveva raggiunto la perfezione della tolleranza e quasi del disdegno. Essi sapevano che in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose.... Come nei giuochi d'azzardo le cifre pari e le dispari tendono all'equilibrio, così l'ingegno e la stoltezza si annullano e si correggono... Visti in tal modo, tutti i nostri atti sono giusti, ma sono anche indifferenti... Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, sono Dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono.
Tra i corollari della dottrina che non c'è cosa che non sia compensata da un'altra, ve n'è uno di poca importanza teorica, ma che c'indusse, alla fine o all'inizio del secolo X, a disperderci per la faccia della terra. E' contenuto in queste parole: "Esiste un fiume le cui acque danno l'immortalità; in qualche regione ci sarà un altro fiume, le cui acque la tolgono". Il numero dei fiumi non è infinito; un viaggiatore immortale che percorra il mondo finirà, un giorno, con l'aver bevuto da tutti.
La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l'ultimo; nono c'è volto che non sia al punto di cancellarci come il volto d'un sogno. Tutto tra i mortali, ha il valore dell'irricuperabile e del casuale. Tra gl'Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l'eco d'altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine.
... Alla periferia della città, vidi un corso d'acqua limpida; ne bevvi, spinto dall'abitudine. Mentre risalivo la riva, un albero spinoso mi lacerò il dorso della mano. L'insolito dolore mi parve acutissimo. Incredulo, silenzioso e felice, contemplai il prezioso formarsi d'una lenta goccia di sangue. Sono di nuovo mortale, mi ripetei, sono di nuovo simile a tutti gli uomini.
... Quando s'avvicina la fine, non restano più immagini del ricordo; restano solo parole. Non è da stupire che il tempo abbia confuso quelle che un giorno mi rappresentarono con quelle che furono simboli della sorte d chi mi accompagnò per tanti secoli. Io sono stato Omero; tra breve, sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve, sarò tutti: sarò morto".
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