lunedì 4 gennaio 2010

Dal libro del Grande Bastardo, capitolo 9

Un giorno Algopedante e Pantamelo capitarono in una piazza ove si riuniva la gioventù del paese, e videro schierati gli esponenti di due generazioni successive alla loro, che era stata fiera, combattiva, sfortunata e logorroica.

Stavano, questi giovani, seduti all'interno di auto, o appoggiati a moto e motorini, quasi mancassero di equilibrio proprio e avessero bisogno di un puntello, e tutti erano elegantemente vestiti, ben nutriti e abbronzati e portavano occhiali scuri per nascondere l'innocenza dell'età.

Alcuni erano riuniti attorno a una grande moto nera irta di pinne e alucce come un dragone, e discutevano animamente se questa, che chiamavasi Bivù 850 Fantomas, potesse competere con la Misiushi Tartaruga 1200 a caburazione settoriale.

Altri commentavano certami velici o ultimi modelli di scarpa, altri discutevano se in certi casi è lecito uccidere genitori, e soprattutto se è lecito chiedere la collaborazione degli amici per uccidere i propri genitori, il che rende l'operazione più semplice ma fa correre il rischio che si debba restituire il favore.

E le ragazze commentavano l'abilità dei ragazzi nel far impennare la moto e i ragazzi la resistenza delle ragazze nella danza e sui muri erano iscritti scherzosi commenti quali "Matteo cornuto ebreo" e "Tatiana pompinara fai pena", e così la dolce sera calava su Gladonia, e ci si apprestava verso luoghi del divertimento.

Proprio vicino ad Algopedante un nanetto dell'età apparente di dodici anni, incapsulato in una gigantesca Lancia Nemesis Tremila, sparò a volume terrificante l'autoradio, aprì la portiera e con gesto magnanimo fece entrare tre amici.

"Stavolta", disse, "ci spariamo a chiodo e siam lì in quattordici minuti, e se qualcuno ha scago smolli subito...".

L'auto partì con impressionante guaito di gomme e Algopedante disse: "Ma che generazione è mai questa che non ha altri ideali che vacanze, vestiti e carburatori? Quando sono diversi da noi, che parlavamo di filosofia e amore, e di come cambiare il mondo".

Pantamelo non rispose. Guardava una coppia che parlava fittamente, e gli sembrava di udire nelle voci una dolorosa nota conosciuta.

La ragazza salì su una vespa e si allontanò. Il ragazzo restò immobile, e nemmeno i lazzi degli amici e il frastuono del dragone nero che si metteva in moto sembravano scuoterlo.

"Non so che dire", disse Pantamelo, "se non che quello che fanno, essi lo hanno imparato da qualcuno".

"Non certo da noi", disse Algopedante, "i nosti sogni erano migliori dei loro".

"Forse", disse Pantamelo. "Oppure abbiamo sognato che i nostri sogni fossero migliori".


Fonte: "La compagnia dei celestini" di Stefano Benni

Nessun commento: