Con i ritorno al lavoro si va verso l'autunno, la stagione che porta di solito con se molte tristezze: fine dell'estate, del divertimento, delle compagnie e uscite serali....
Un duro colpo il ritorno alla realtà, anche se, come diceva anche Beppe Grillo, non si può esser sempre felici, altrimenti saremo cretini e deficienti... è la vita che ci porta a oscillare d'umore.
Dopo il casinoso venerdì passato, ho avuto una brutta notizia (per me) nel campo "amoroso" che mi chiude l'ennesima porta che stavo per aprire, che inesorabilmente si richiude quando sta partendo la stoccata vincente (tra l'altro più passa il tempo e più il destino par prendersi gioco di me).
Non mi addentro nei particolari... vi posso solo dire che sono un po' spiazzato da questo cambiamento repentino che è tipico quando si passa da uno stato di spensieratezza totale al più incasinoso mondo dei pensieri.
Una cosa ho però imparato quest'estate leggendo "Le piccole cose che cambiano la vita" di Raffaele Morelli: per stare bene bisogna non pensare e non decidere niente, ma solo osservare cosa sta accadendo in quel momento.
Vi riporto un brano tratto da questo libro, dal capitolo "Diventa puro sguardo".
"Io da tempo ho perso l'abitudine di prendere decisioni. E delle volte mi dico: "Raffaele, mancano due minuti". E mi rispondo "non decidere". Io non decido mai.
Anzi, quando mi viene da decidere, osservo, semplicemente osservo. A volte, qualcosa di più forte di me, di atavico, mi porta a prendere decisioni, ma io cerco sempre di non decidere. Perchè ragiono così: se qualcosa mi ha creato senza il mio parere, allora io lascio fare a quel qualcosa.
Io devo osservare il problema e basta.
Cosa non va bene nel rapporto con mia mamma? Osservo, finito. Non ci devo pensare più. Basta!
E con gli stati d'animo faccio la stessa cosa: li osservo quando arrivano.
Io li voglio guardare, e se sono tremendi li guardo ancora di più. Mi viene un brutto pensiero, io lo voglio guardare! Io voglio guardare ciò che abita dentro di me, adesso! Questa è la partita, perchè se io lo guardo lui si dissolverà!
Devo affidarmi solo allo sguardo, e lasciar perdere il pensiero, anche se spesso rappresenta ciò a cui siamo più attaccati. Il pensiero ci fa commettere un errore fondamentale. Ci dà l'idea di permanenza. Ma ciò che è accaduto un minuto fa, non c'è già più.
Sei tu che lo fai durare con il pensiero, ma non ci sarebbe più e non tornerebbe più... Se noi non lo richiamassimo in campo con il ricordo, si trasformerebbe in energia, e ci preparerebbe alla prossima mossa; come una partita a scacchi. E questa mossa prepara quella che verrà. Ma il pensiero ferma questo processo naturale. Il pensiero ti consegna un'idea di permanenza.
Perchè in tutte le tradizioni i Maestri cambiano nome agli adepti? E' come se dicessero: "guarda che tu con quel nome richiami automaticamente in campo la tua storia. Tu non sei il tuo nome, ricordalo bene. Non sei il tuo nome".
Per comprendere come siamo, dobbiamo immaginarci come un cubetto di ghiaccio che si scioglie; l'emblema dell'impermanenza. Perchè, se seguiamo la testa, passiamo il tempo a ripetere: "guarda com'è il mio cubetto, il mio è più quadrato del tuo, più freddo, più alto, ha più acqua, ha meno acqua...". E non ci rendiamo conto che l'"evento" è l'acqua e non il cubeto.
Che l'acqua si scioglie e torna all'acqua. E che il cubetto non è nient'altro che una "forma" dell'acqua. Il cubetto deve fare l'acqua...
Questa è tutta la partita."
Domani vi riporterò un altro pezzo di questo capitolo, che farà capire ancor di più che sono i pensieri che ci fanno sentir male la maggior parte delle volte... oggi ho riportato questo trafiletto perchè mi piaceva l'esempio del cubetto di ghiaccio.
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