Rieccomi... scusate se non ho subito continuato il tocca-pensiero ma non sono stato tanto bene in questi giorni.
Chiudo con oggi l'ultimo capitolo della parentesi su cosa penso della situazione economica (e in parte sociale) di oggi.
Ho detto nel primo pezzo che secondo me c'è già troppa gente che lavora; questa conclusione l'ho tirata fuori dal fatto che se prima lavoravano soltanto gli uomini, ora lavorano sia gli uomini che le donne.
E questo ha provocato più cose che sono socialmente rilevanti: meno matrimoni (più stress, meno possibilità di incontri...), più separazioni (più o meno con i soliti motivi detti prima), meno figli (idem)...
Quindi secondo me il rimedio è che qualcuno comunque rimanga a casa... so che sto farneticando e sono molto superficiale (uno stipendio solo non ce la fa più a tirare la carretta), ma di sicuro va trovato un nuovo equilibrio.
Quello che insegna l'economia è che l'ambiente muta continuamente e fino a che i vari soggetti che lo popolano non mutano verso il nuovo equilibrio ci sarà discrepanza tra il cosiddetto "involucro" e quello che ci sta dentro.
L'altra soluzione è quella che ho esposto nel secondo post, dove ognuno deve tirare avanti dando il meglio di sè, perchè difficilmente non va avanti chi sa fare le cose e ci è innovativo.
lunedì 14 febbraio 2011
giovedì 10 febbraio 2011
L'economia secondo me (2)
Come sapete lavoro da un commercialista e sto vedendo questa cosa: le ditte che si stanno riprendendo meglio sono riuscite a fare utili nonostante la crisi grazie a due cose:
- ridimensionamento, ovvero si sono accontentati di ritornare "piccoli", ma con i soldi guadagnati sono pronti a ridiventare grandi in maniera adeguata, rispondendo ai bisogni del mercato;
- dandosi da fare garantendo un servizio/bene migliore agli acquirenti... e questo si nota molto bene: infatti stanno rimanendo sul mercato i migliori negozi che vendevano roba o di qualità o ad un prezzo vantaggioso.
Un esempio pistoiese? Prendete per esempio il panificio Ballati, che tutti i giorni e a tutte le ore se uno vuole comprare il pane ha almeno 5 persone davanti, per non parlare del sabato quando ne hai davanti anche 20!! Ma perchè? Qualità ottima del cibo che vendono e tanto lavoro.
Altro esempio mangereccio: Carmine non conosce crisi... se c'è da comprare un dolce si va lì perchè la roba costerà tanto, ma è di una qualità talmente alta che non si può fare a meno.
Altro esempio: "le chiavi d'oro" per avere gente ha inventato una volta la pizza a 1 euro e ora c'è il menù fifty-fifty, permettendoti di mangiare alcune cose a metà prezzo... il risultato è ovvio: doppio turno la sera della promozione (sempre tutto pieno dalle 8 fino a mezzanotte) che porta un guadagno assicurato.
Purtroppo capisco che sono sacrifici, ma d'altronde non si può fare altrimenti... purtroppo la gente aveva fatto il passo più lungo della gamba e si è ritrovata con i debiti e ciò significa una sola cosa: non comprare più niente almeno che non ne valga la pena. Bisogna soltanto aspettare che la gente ritorni al "suo passo" e ritrovi l'equilibrio perduto.
- ridimensionamento, ovvero si sono accontentati di ritornare "piccoli", ma con i soldi guadagnati sono pronti a ridiventare grandi in maniera adeguata, rispondendo ai bisogni del mercato;
- dandosi da fare garantendo un servizio/bene migliore agli acquirenti... e questo si nota molto bene: infatti stanno rimanendo sul mercato i migliori negozi che vendevano roba o di qualità o ad un prezzo vantaggioso.
Un esempio pistoiese? Prendete per esempio il panificio Ballati, che tutti i giorni e a tutte le ore se uno vuole comprare il pane ha almeno 5 persone davanti, per non parlare del sabato quando ne hai davanti anche 20!! Ma perchè? Qualità ottima del cibo che vendono e tanto lavoro.
Altro esempio mangereccio: Carmine non conosce crisi... se c'è da comprare un dolce si va lì perchè la roba costerà tanto, ma è di una qualità talmente alta che non si può fare a meno.
Altro esempio: "le chiavi d'oro" per avere gente ha inventato una volta la pizza a 1 euro e ora c'è il menù fifty-fifty, permettendoti di mangiare alcune cose a metà prezzo... il risultato è ovvio: doppio turno la sera della promozione (sempre tutto pieno dalle 8 fino a mezzanotte) che porta un guadagno assicurato.
Purtroppo capisco che sono sacrifici, ma d'altronde non si può fare altrimenti... purtroppo la gente aveva fatto il passo più lungo della gamba e si è ritrovata con i debiti e ciò significa una sola cosa: non comprare più niente almeno che non ne valga la pena. Bisogna soltanto aspettare che la gente ritorni al "suo passo" e ritrovi l'equilibrio perduto.
mercoledì 9 febbraio 2011
L'economia secondo me (1)
In questi giorni mi stanno venendo in mente varie ipotesi sul perchè c'è questa crisi, come mai la gente non trova lavoro (e chi ce l'ha, lo perde)... ma anche cose più in generale che portano a dire: "Come si è fatto ad arrivare fino a questo punto e come facciamo ad uscirne".
Nel farneticare sono arrivato ad una delle conclusioni che è collegata al mondo del lavoro (questa è una prima parte della mie teorie, le altre saranno snocciolate nei giorni prossimi).
Pensavo alla situazione delle famiglie di oggi: pochi matrimoni, pochi figli, tante separazioni... ad essa ho collegato la disoccupazione e sono arrivato ad una conclusione un po' "maschilista", ma che mi sembra che non faccia una grinza.
Quando tutto andava bene c'erano molte famiglie dove il padre lavorava, la madre stava a fare la mamma/moglie e i figlioli andavano a scuola.
Quadro che si è rilevato molto solido, ma che si è rotto quando ha iniziato la donna a darsi al lavoro extra-casalingo... non è che non ce ne fosse bisogno, ma questo ovviamente ha portato ad avere un aumento della gente impiegata nel lavoro (fino ad arrivare ad una saturazione).
Questo ha provocato varie conseguenze... e la prima di queste che viene fuori è: c'è troppa gente che lavora!!
Questa è una prima delle tante conclusioni a cui sono arrivato:
- il fatto che un disoccupato non trova lavoro è perchè c'è già tanta gente che lavora;
- il fatto che c'è gente che perde il lavoro è perchè c'è recessione, l'economia va male e, quindi, non c'è bisogno di tutti questi occupati.
Soluzione a questo problema? Forse sono troppo legato alle speranze, ma sono molto fiducioso della famosa "mano invisibile" che regola il mercato... lo squilibrio che si è creato troverà con il tempo un nuovo equilibrio.
Domani mi spiegherò meglio sul fatto di ritrovare l'equilibrio perduto...
Nel farneticare sono arrivato ad una delle conclusioni che è collegata al mondo del lavoro (questa è una prima parte della mie teorie, le altre saranno snocciolate nei giorni prossimi).
Pensavo alla situazione delle famiglie di oggi: pochi matrimoni, pochi figli, tante separazioni... ad essa ho collegato la disoccupazione e sono arrivato ad una conclusione un po' "maschilista", ma che mi sembra che non faccia una grinza.
Quando tutto andava bene c'erano molte famiglie dove il padre lavorava, la madre stava a fare la mamma/moglie e i figlioli andavano a scuola.
Quadro che si è rilevato molto solido, ma che si è rotto quando ha iniziato la donna a darsi al lavoro extra-casalingo... non è che non ce ne fosse bisogno, ma questo ovviamente ha portato ad avere un aumento della gente impiegata nel lavoro (fino ad arrivare ad una saturazione).
Questo ha provocato varie conseguenze... e la prima di queste che viene fuori è: c'è troppa gente che lavora!!
Questa è una prima delle tante conclusioni a cui sono arrivato:
- il fatto che un disoccupato non trova lavoro è perchè c'è già tanta gente che lavora;
- il fatto che c'è gente che perde il lavoro è perchè c'è recessione, l'economia va male e, quindi, non c'è bisogno di tutti questi occupati.
Soluzione a questo problema? Forse sono troppo legato alle speranze, ma sono molto fiducioso della famosa "mano invisibile" che regola il mercato... lo squilibrio che si è creato troverà con il tempo un nuovo equilibrio.
Domani mi spiegherò meglio sul fatto di ritrovare l'equilibrio perduto...
lunedì 31 gennaio 2011
Il mondo di oggi
Ciao a tutti i lettori, torno a scrivere perchè ho letto un altro pezzo troppo bello, sempre preso dal libro "Tutta colpa dei genitori"... talmente bello che lo volevo condividere con voi.
DEL GENITORE CHE RIFLETTE
Piano a tirare un respiro un respiro di sollievo.
"Riflettere" qui va inteso non come "pensa", "pondera", "considera", "valuta attentamente". Non come attività mentale, ma come atto squisitamente materiale: "riflettere" come "rispecchia", "riproduce", "rinvia". Come una luce, o un suono, riprenditi al luogo da cui si sono mossi.
In questo senso, di genitori che riflettono è piena la società. Purtroppo, mi viene da aggiungere. Perchè ciò che essi riflettono tanto abilmente è il grado di malessere da cui la società è colpita.
Eppure, a guardarla da fuori e soprattutto a confrontarla con quella di un passato anche recente, essa appare come la più evoluta, agiata, benestante e realizzata. Non ci sono guerre (almeno non nell'orto di casa nostra), non siamo alla fame (sebbene presto potremmo tornarci), siamo circondati da beni di lusso che ci concediamo anche quando non è del tutto certo che possiamo permetterceli: poche, pochissime le famiglie in cui si conta un'auto solamente, pochi, pochissimi gli individui che vivono senza televisione e il resto del corredo elettrico ed elettronico, assolutamente nulli i giovani privi di cellulare, rari i nuclei familiari che non si concedono periodiche vacanze, sempre meno numerose le persone sprovviste di guardaroba griffato. Per garantirci la conservazione di un tale livello di esistenza, lavoriamo come ciuchi e corriamo come levrieri. La nostra vita è una corsa forsennata dal momento in cui la maledetta sveglia ci strappa al sonno e ci nega il diritto umano al risveglio biologico fino al momento in cui crolliamo sulla medesima casella, quella dell'inizio. Pedine di un interminabile gioco dell'oca, nel corso delle ventiquattro ore un bombardamento costante e insistente di manovrate sollecitazioni ci convince che tutto ciò che abbiamo è ancora troppo poco, che si può avere di più, quindi si deve. E se per averlo sarà necessario potenziare la corsa, la potenzieremo.
Naturalmente, quando si parla di avere di più, s'intende più cose. Più "roba", per usare una parola cara non solo a Giovanni Verga. Di quello che "roba" non è, diciamoci la verità, c'importa poco.
C'è un pianeta che strabocca di rifiuti, che annega nel sudicio, soffoca di un calore innaturale che abbiamo causato noi a suon di frigoriferi, tubi di scappamento, spray e ciminiere. Vabè, ma noi c'abbiamo da mangiare, da conservare i cibi, da viaggiare, da produrre: non c'abbiamo mica tempo per stare a pensare anche al pianeta.
C'è una qualità nei rapporti umani che non è mai stata tanto bassa e volgare, e c'è un'indifferenza nei confronti dei bisogni altrui che inorridirebbe un ruvido bestione neanderthaliano. Ho capito, ma noi andiamo di fretta, abbiamo mille questioni da affrontare, mille urgenze personali a cui dare soluzione: mi spiace, non trovo uno scampolo di tempo per passare del tempo con te, anche una telefonata mi starebbe stretta. Se trovo un minuto ti scrivo una mail.
E in tutto questo quadretto aberrante c'è un vuoto d'affetti, e c'è una crisi d'identità, e c'è una mancanza di certezze, e c'è un buio di prospettive future che stordisce, quando si trova un attimo per pensarci: vabè, ma io faccio un figlio, me lo metto accanto, lo pongo allo stesso mio livello, lo tratto da adulto così ci parlo di tutto e non mi sento più sola, me lo porto appresso anche nei luoghi che non si addicono a lui, lo spedisco a scuola e mi aspetto che realizzi tutti i miei sogni irrealizzati, lo iscrivo a mille attività e aspetto che primeggi in tutte, lo faccio correre di fianco a me, ai miei ritmi, alla mia velocità, e se non tiene il passo vado a bussare alla porta della maestra, del professore, dello psicologo, del neuropsichiatra, perchè evidentemente è difettato, si sta per rompere, va messo subito a posto, e loro devono aiutarmi.
L'immagine suona apocalittica, ne convengo.
Per questo convegno anche con Franco Battiato quando canta quella frase semplice, quella frase sola, breve, scarnificata. Rivoluzionaria.
"Ci vuole un'altra vita".
DEL GENITORE CHE RIFLETTE
Piano a tirare un respiro un respiro di sollievo.
"Riflettere" qui va inteso non come "pensa", "pondera", "considera", "valuta attentamente". Non come attività mentale, ma come atto squisitamente materiale: "riflettere" come "rispecchia", "riproduce", "rinvia". Come una luce, o un suono, riprenditi al luogo da cui si sono mossi.
In questo senso, di genitori che riflettono è piena la società. Purtroppo, mi viene da aggiungere. Perchè ciò che essi riflettono tanto abilmente è il grado di malessere da cui la società è colpita.
Eppure, a guardarla da fuori e soprattutto a confrontarla con quella di un passato anche recente, essa appare come la più evoluta, agiata, benestante e realizzata. Non ci sono guerre (almeno non nell'orto di casa nostra), non siamo alla fame (sebbene presto potremmo tornarci), siamo circondati da beni di lusso che ci concediamo anche quando non è del tutto certo che possiamo permetterceli: poche, pochissime le famiglie in cui si conta un'auto solamente, pochi, pochissimi gli individui che vivono senza televisione e il resto del corredo elettrico ed elettronico, assolutamente nulli i giovani privi di cellulare, rari i nuclei familiari che non si concedono periodiche vacanze, sempre meno numerose le persone sprovviste di guardaroba griffato. Per garantirci la conservazione di un tale livello di esistenza, lavoriamo come ciuchi e corriamo come levrieri. La nostra vita è una corsa forsennata dal momento in cui la maledetta sveglia ci strappa al sonno e ci nega il diritto umano al risveglio biologico fino al momento in cui crolliamo sulla medesima casella, quella dell'inizio. Pedine di un interminabile gioco dell'oca, nel corso delle ventiquattro ore un bombardamento costante e insistente di manovrate sollecitazioni ci convince che tutto ciò che abbiamo è ancora troppo poco, che si può avere di più, quindi si deve. E se per averlo sarà necessario potenziare la corsa, la potenzieremo.
Naturalmente, quando si parla di avere di più, s'intende più cose. Più "roba", per usare una parola cara non solo a Giovanni Verga. Di quello che "roba" non è, diciamoci la verità, c'importa poco.
C'è un pianeta che strabocca di rifiuti, che annega nel sudicio, soffoca di un calore innaturale che abbiamo causato noi a suon di frigoriferi, tubi di scappamento, spray e ciminiere. Vabè, ma noi c'abbiamo da mangiare, da conservare i cibi, da viaggiare, da produrre: non c'abbiamo mica tempo per stare a pensare anche al pianeta.
C'è una qualità nei rapporti umani che non è mai stata tanto bassa e volgare, e c'è un'indifferenza nei confronti dei bisogni altrui che inorridirebbe un ruvido bestione neanderthaliano. Ho capito, ma noi andiamo di fretta, abbiamo mille questioni da affrontare, mille urgenze personali a cui dare soluzione: mi spiace, non trovo uno scampolo di tempo per passare del tempo con te, anche una telefonata mi starebbe stretta. Se trovo un minuto ti scrivo una mail.
E in tutto questo quadretto aberrante c'è un vuoto d'affetti, e c'è una crisi d'identità, e c'è una mancanza di certezze, e c'è un buio di prospettive future che stordisce, quando si trova un attimo per pensarci: vabè, ma io faccio un figlio, me lo metto accanto, lo pongo allo stesso mio livello, lo tratto da adulto così ci parlo di tutto e non mi sento più sola, me lo porto appresso anche nei luoghi che non si addicono a lui, lo spedisco a scuola e mi aspetto che realizzi tutti i miei sogni irrealizzati, lo iscrivo a mille attività e aspetto che primeggi in tutte, lo faccio correre di fianco a me, ai miei ritmi, alla mia velocità, e se non tiene il passo vado a bussare alla porta della maestra, del professore, dello psicologo, del neuropsichiatra, perchè evidentemente è difettato, si sta per rompere, va messo subito a posto, e loro devono aiutarmi.
L'immagine suona apocalittica, ne convengo.
Per questo convegno anche con Franco Battiato quando canta quella frase semplice, quella frase sola, breve, scarnificata. Rivoluzionaria.
"Ci vuole un'altra vita".
lunedì 3 gennaio 2011
L'importanza della cultura
Inizio augurando a tutti buon anno, sperando che a questo giro sia un anno speciale anche per me, ma per ora ho avuto più disgrazie che altro.
Oggi vi propongo un brano delle infinite letture che sto facendo in questo periodo: il brano è tratto da "Tutta colpa dei genitori" di Antonella Landi, libro regalato da me a mia mamma, ma che ovviamente passa di mano in mano dentro casa mia.
Questo libro l'ho iniziato a leggere ora, ma ci sono dei pezzi che vale la pena di leggere; uno lo riporto qui, sperando di stimolare la vostra curiosità.
"Del genitore che ha studiato
Quando ero bambina io, erano ancora tanti i genitori che non avevano studiato. Questo mal comune magari non si trasformava per loro in un mezzo gaudio, ma li poneva tutti su un medesimo piano in cui essi si riconoscevano e da cui riuscivano perfino a trarre picchi d'orgoglio. Spesso, infatti, l'unico motivo per cui non avevano studiato era di tipo esclusivamente economico. Non avevano studiato perchè erano cresciuti insieme a 15 fratelli, perchè dei loro due genitori solo quello maschio lavorava, perchè di conseguenza i soldi erano pochi e perchè il lavoro minorile non era considerato uno scandalo come oggi, ma un atto d'amore, di devozione e di dovere morale nei confronti della famiglia a cui si apparteneva.
Se in qualcuna delle famiglie economicamente in difficoltà emergeva una mente dotata, capitava che i genitori si facessero in quattro per garantirle una formazione scolastica adeguata. Il proprietario di suddetta mente, così, salvato da un futuro come "vile meccanico", veniva mandato a scuola. Egli percepiva quell'occasione come l'Occasione, quell'evento come l'Evento. Andando a scuola, egli si sarebbe elevato, si sarebbe distinto, si sarebbe salvato. La scuola diventava l'àncora di salvezza e il professore un braccio teso, aggrappandosi al quale si poteva riemergere dal mare d'ignoranza e diventare... qualcuno.
Diventare qualcuno, a quei tempi, non significava finire in televisione a fare il burattino vociante, la velina scosciata, il politico puttaniere o la puttana del politico. Significava saper parlare, conoscere l'etimologia delle parole, masticare agevolmente di filosofia, citare poesie eterne, succhiare dalla cultura il nettare laico ma etico ch'essa elargisce, puntare a un lavoro la cui qualità fosse determinata non dallo stipendio mensile ma dalla soddisfazione provata a esercitarlo e dalla ricaduta sociale conseguente, distinguersi dalla massa, ma nel bene. Diventando cioè migliori della massa, non uguali ad essa, o peggiori.
Nella società dei genitori che non avevano studiato, il colloquio con chi invece lo aveva fatto si basava su una forma di rispetto che induceva l'ignorante a prostrarsi anche eccessivamente al cospetto dell'erudito. Il quale, se era solo erudito ma non colto, poteva provare ad approfittarsene.
Un genitore privo di titolo di studio non si sarebbe mai permesso di mettere in discussione le scelte didattiche di un insegnante, nè di criticarlo palesemente e sfacciatamente al cospetto del figlio per un voto affibiato. Non lo faceva perchè sentiva di non averne in mano gli strumenti, ma ancor di più perchè - pur nell'ignoranza che lo avvolgeva, o anzi, proprio in virtù di essa - percepiva spontaneamente il clamoroso errore educativo che in quel modo avrebbe fatto.
Screditare un professore agli occhi del figlio aiuta il genitore ad allearsi il figlio con facilità, ma crea una spaccatura insanabile tra gli adulti stessi che invece, a occhi adolescenti, dovrebbero apparire uniti, compatti e inscindibili.
Oggi questa spaccatura è all'ordine del giorno.
Oggi molti genitori hanno studiato. E questo è senza alcun dubbio un bene. Hanno studiato perchè tutte le famiglie d'origine di chi oggi viaggia sui quarant'anni potevano permettersi di mandare a scuola i figli messi al mondo. Purtroppo però, quei figli di allora che hanno studiato, nella maggior parte dei casi non hanno capito il valore inestimabile del giochino a cui erano stati iscritti. Hanno vissuto l'Occasione come un'occasione, l'Evento come un evento. Hanno affiancato lo studio alla perpetua lamentela di dover studiare, tentando di sottrarsi all'obbligo più produttivo che in realtà a ogni individuo sia dato di provare nella vita. Hanno inventato nuovi verbi (bigiare, fare forca, marinare) per giustificare la preferenza attribuita, tra scuola e circolino ricreativo, al circolino ricreativo. E, una volta terminati quegli studi, sono diventati presuntuosi e pure un po' arroganti.
Oggi i genitori che hanno studiato si presentano ai colloqui con i professori dei loro figli e credono di poter insegnare loro a svolgere una tra le professioni meno insegnabili. E questo sarebbe il male minore, risolvibile con una frase (gentile genitore, si faccia le professioni sue) breve e chiara nonostante la celata metafora.
Il dramma esplode quando i genitori che hanno studiato mettono in moto il deprecabile meccanismo di infamare i docenti dei loro ragazzi parlando coi loro ragazzi stessi.
"Mamma, quello di filosofia mi ha dato tre". "Quello di filosofia è un deficente: domani ci vado a parlare io e gliene canto quattro".
Dove vuoi andare? Dove vuoi cantare? Stai a casa tua, genitore che hai studiato, e - proprio perchè hai studiato - canta a quel ragazzo che hai messo al mondo di studiare più di te e di fare dello studio dello studio un veicolo di educazione, buon gusto e civiltà.
E cantagliela per il verso giusto, quella canzone, cantagliela con umiltà, senza fargliela passare: perchè non esiste spettacolo più odioso agli occhi di uno studente di un genitore che, per spingerlo ad acculturarsi, faccia sfoggio di cultura."
Oggi vi propongo un brano delle infinite letture che sto facendo in questo periodo: il brano è tratto da "Tutta colpa dei genitori" di Antonella Landi, libro regalato da me a mia mamma, ma che ovviamente passa di mano in mano dentro casa mia.
Questo libro l'ho iniziato a leggere ora, ma ci sono dei pezzi che vale la pena di leggere; uno lo riporto qui, sperando di stimolare la vostra curiosità.
"Del genitore che ha studiato
Quando ero bambina io, erano ancora tanti i genitori che non avevano studiato. Questo mal comune magari non si trasformava per loro in un mezzo gaudio, ma li poneva tutti su un medesimo piano in cui essi si riconoscevano e da cui riuscivano perfino a trarre picchi d'orgoglio. Spesso, infatti, l'unico motivo per cui non avevano studiato era di tipo esclusivamente economico. Non avevano studiato perchè erano cresciuti insieme a 15 fratelli, perchè dei loro due genitori solo quello maschio lavorava, perchè di conseguenza i soldi erano pochi e perchè il lavoro minorile non era considerato uno scandalo come oggi, ma un atto d'amore, di devozione e di dovere morale nei confronti della famiglia a cui si apparteneva.
Se in qualcuna delle famiglie economicamente in difficoltà emergeva una mente dotata, capitava che i genitori si facessero in quattro per garantirle una formazione scolastica adeguata. Il proprietario di suddetta mente, così, salvato da un futuro come "vile meccanico", veniva mandato a scuola. Egli percepiva quell'occasione come l'Occasione, quell'evento come l'Evento. Andando a scuola, egli si sarebbe elevato, si sarebbe distinto, si sarebbe salvato. La scuola diventava l'àncora di salvezza e il professore un braccio teso, aggrappandosi al quale si poteva riemergere dal mare d'ignoranza e diventare... qualcuno.
Diventare qualcuno, a quei tempi, non significava finire in televisione a fare il burattino vociante, la velina scosciata, il politico puttaniere o la puttana del politico. Significava saper parlare, conoscere l'etimologia delle parole, masticare agevolmente di filosofia, citare poesie eterne, succhiare dalla cultura il nettare laico ma etico ch'essa elargisce, puntare a un lavoro la cui qualità fosse determinata non dallo stipendio mensile ma dalla soddisfazione provata a esercitarlo e dalla ricaduta sociale conseguente, distinguersi dalla massa, ma nel bene. Diventando cioè migliori della massa, non uguali ad essa, o peggiori.
Nella società dei genitori che non avevano studiato, il colloquio con chi invece lo aveva fatto si basava su una forma di rispetto che induceva l'ignorante a prostrarsi anche eccessivamente al cospetto dell'erudito. Il quale, se era solo erudito ma non colto, poteva provare ad approfittarsene.
Un genitore privo di titolo di studio non si sarebbe mai permesso di mettere in discussione le scelte didattiche di un insegnante, nè di criticarlo palesemente e sfacciatamente al cospetto del figlio per un voto affibiato. Non lo faceva perchè sentiva di non averne in mano gli strumenti, ma ancor di più perchè - pur nell'ignoranza che lo avvolgeva, o anzi, proprio in virtù di essa - percepiva spontaneamente il clamoroso errore educativo che in quel modo avrebbe fatto.
Screditare un professore agli occhi del figlio aiuta il genitore ad allearsi il figlio con facilità, ma crea una spaccatura insanabile tra gli adulti stessi che invece, a occhi adolescenti, dovrebbero apparire uniti, compatti e inscindibili.
Oggi questa spaccatura è all'ordine del giorno.
Oggi molti genitori hanno studiato. E questo è senza alcun dubbio un bene. Hanno studiato perchè tutte le famiglie d'origine di chi oggi viaggia sui quarant'anni potevano permettersi di mandare a scuola i figli messi al mondo. Purtroppo però, quei figli di allora che hanno studiato, nella maggior parte dei casi non hanno capito il valore inestimabile del giochino a cui erano stati iscritti. Hanno vissuto l'Occasione come un'occasione, l'Evento come un evento. Hanno affiancato lo studio alla perpetua lamentela di dover studiare, tentando di sottrarsi all'obbligo più produttivo che in realtà a ogni individuo sia dato di provare nella vita. Hanno inventato nuovi verbi (bigiare, fare forca, marinare) per giustificare la preferenza attribuita, tra scuola e circolino ricreativo, al circolino ricreativo. E, una volta terminati quegli studi, sono diventati presuntuosi e pure un po' arroganti.
Oggi i genitori che hanno studiato si presentano ai colloqui con i professori dei loro figli e credono di poter insegnare loro a svolgere una tra le professioni meno insegnabili. E questo sarebbe il male minore, risolvibile con una frase (gentile genitore, si faccia le professioni sue) breve e chiara nonostante la celata metafora.
Il dramma esplode quando i genitori che hanno studiato mettono in moto il deprecabile meccanismo di infamare i docenti dei loro ragazzi parlando coi loro ragazzi stessi.
"Mamma, quello di filosofia mi ha dato tre". "Quello di filosofia è un deficente: domani ci vado a parlare io e gliene canto quattro".
Dove vuoi andare? Dove vuoi cantare? Stai a casa tua, genitore che hai studiato, e - proprio perchè hai studiato - canta a quel ragazzo che hai messo al mondo di studiare più di te e di fare dello studio dello studio un veicolo di educazione, buon gusto e civiltà.
E cantagliela per il verso giusto, quella canzone, cantagliela con umiltà, senza fargliela passare: perchè non esiste spettacolo più odioso agli occhi di uno studente di un genitore che, per spingerlo ad acculturarsi, faccia sfoggio di cultura."
martedì 28 dicembre 2010
Pancreas
Tra i libri che ho ricevuto per Natale, mi è stato regalato (finalmente) il libro di Giobbe Covatta "Pancreas - trapianto del libro cuore".
Molto probabilmente proporrò vari pezzetti di questo libro, anche perchè sono molto spassosi... ovviamente non posso che iniziare dalle prime pagine.
"Nulla è più emozionante del primo giorno di scuola. Me lo ricordo: era già dal 23 luglio che facevamo la disinfestazione per i topo, avevano vinto i topi e ce ne erano alcuni grossi come cammelli.
Il bidello sorrise e aprì il portone; il portone cadde e aprì il bidello, che ancora sorride: è rimasto sotto, ridotto come una specie di radiografia. Lo portarono in ospedalle in busta chiusa.
Tutti i bambini entrarono di corsa urlando, anche perchè cercavano di sfuggire agli spacciatori. Le aule erano splendide: pavimenti di cotto, prosciutto cotto, quello delle merende degli anni passati, azzeccato per terra. Per rendere trasparenti le finestre erano stati rotti i vetri. I nemici nascosti dell'igiene, grossi come tacchini, aspettavano i bambini in smoking: il primo giorno di scuola era anche per loro una grande occasione.
Tra i bambini ricordo Deborah, con la "h" finale, un bambino di 11 anni che la mamma aveva chiamato così per rendergli la vita più facile. Deborah stava solo e in disparte... si fosse fatto la doccia più spesso... chissà! Era uno di quei bambini che a Carnevale mandavamo nelle altre classi al posto delle fialette puzzolenti.
A un tratto Claudio Castello si avvicinò a Deborah. I ragazzi ammutolirono guardando commossi la scena. Claudio era furbo per natura e socialista per vocazione, rubò la merenda di Deborah e scappò; allora Deborah, che era timidissimo e dolce, si avvicinò a Claudio e con un cric gli sgranò tutti i denti.
C'è ancora il pavimento pieno di molari. Quello fu un giorno commovente e i ragazzi impararono un fatto importante: "Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane".
Mentre Castello cercava ancora i suoi canini entrò il preside con aria mesta, salutò con grande dignità e disse: "Ragazzi devo darvi una brutta notizia, avrete un altro maestro, quello dell'anno scorso è morto!". Ci fu un boato di gioia, applausi, tutta la curva B della classe intonò un tripudio. "E' stato il fumo a ucciderlo" disse il preside.
Il maestro dell'anno passato era un uomo decrepito, aveva il volto incartapecorito dalle rughe, capelli bianchi e radi, denti cariati, spalle curve e parlava con voce roca e catarrosa. Aveva ventitre anni.
Un giorno lesse sul pacchetto di sigarette: "Il fumo nuoce gravemente alla salute". Allora cominciò a ridere, ridere, ridere e rise tanto che morì soffocato.
Il mio compagno Bakunin lo diceva sempre: "Sarà una risata che vi seppellirà".
Così il preside ci presentò il maestro di quest'anno. Si chiamava Sergio Sergio, Sergio di nome e Sergio di cognome, ma tutti per comodità lo chiamavamo Piero. Un ragazzo timidissimo. Quando noi bambini entravamo in classe lui si alzava.
Era giovane, aveva ancora l'acne juvenilis, non molta in realtà, un foruncolo solo, ma non siamo mai riusciti a vederlo bene in faccia perchè quel foruncolo lo copriva tutto. Ricordo che Garrone quel giorno gli chiese: "Possiamo dar fuoco alla maestra di ginnastica sul prato?".
"Non credo" rispose lui timido "si rovina tutto il prato, comunque domani chiederò al preside".
Capimmo che quello sarebbe stato un anno particolare.
Quel giorno ritrovai anche tutti gli altri miei compagni: Musiani Silvio, il primo della classe; intelligente come un ramarro, aveva passato tutta l'estate a studiare a memoria il programma di quest'anno per non fare brutta figura.
Scannaguaglia Pino, il piccolo iettatore; quando lo vedevamo ci grattavamo tutti. Era il compagno preferito dalla Forgioni, la bambina ninfomane, perchè con quella scusa poteva toccare chiunque.
Giacchetti Lorenzo, lo psicolabile: già all'appello, quando lo chiamarono, pensando di dover essere interrogato si cosparse di benzina e si dette fuoco.
Poletti Giovanni, il genio della scuola: suonava il piano e il violino, scriveva poesie, conosceva la teoria della relatività, sapeva fare la crostata di mirtilli, aveva la patente anche per i Tir. Al "Costanzo show" non volle mai andare perchè la trovava una trasmissione per ragazzi. Aveva sei anni e otto mesi.
Poi c'era il ripetente Paganini Nicola (nulla a che vedere con il violinista; infatti il violinista suonava, il mio compagno era suonato) che tutti chiamavano "scoglio", non perchè fosse forte ma perchè aveva la testa dura come il porfido; era stato bocciato un sacco di volte, aveva ottantanove anni. Quest'anno però ce l'avrebbe messa tutta, per fare contenti i genitori.
Poi c'era Barnum, il piccolo Darix Barnum, un ragazzo che viveva col circo. Suo padre era un pezzo d'uomo, nel senso che faceva il trapezista, era caduto nella gabbia delle tigri, e non ne era rimasto un gran che. La madre era la donna cannone, erano costretti a incontrarsi in volo, perchè i genitori contrastavano il loro amore. Erano rapporti fugaci, amplessi velocissimi, ma da uno di questi nacque Darix. Era un ragazzo vivace, un po' troppo, sarà che era circense, ma come sapeva far girare le palle lui non le sapeva far girare nessuno. Riusciva anche a starci sopra, stava sulle palle quasi a tutti. Era fachiro, mangiava il fuoco, beveva la nafta, ingoiava vetri e chiodi: certo la mattina era un problema, ma per amore dell'arte... Dopo il suo numero, si prendeva quattro chili di Falqui. "Ai bambini buoni la dolce Euchessina", sarà che lui non era buono, ma non gli bastava nemmeno l'idraulico liquido."
Molto probabilmente proporrò vari pezzetti di questo libro, anche perchè sono molto spassosi... ovviamente non posso che iniziare dalle prime pagine.
"Nulla è più emozionante del primo giorno di scuola. Me lo ricordo: era già dal 23 luglio che facevamo la disinfestazione per i topo, avevano vinto i topi e ce ne erano alcuni grossi come cammelli.
Il bidello sorrise e aprì il portone; il portone cadde e aprì il bidello, che ancora sorride: è rimasto sotto, ridotto come una specie di radiografia. Lo portarono in ospedalle in busta chiusa.
Tutti i bambini entrarono di corsa urlando, anche perchè cercavano di sfuggire agli spacciatori. Le aule erano splendide: pavimenti di cotto, prosciutto cotto, quello delle merende degli anni passati, azzeccato per terra. Per rendere trasparenti le finestre erano stati rotti i vetri. I nemici nascosti dell'igiene, grossi come tacchini, aspettavano i bambini in smoking: il primo giorno di scuola era anche per loro una grande occasione.
Tra i bambini ricordo Deborah, con la "h" finale, un bambino di 11 anni che la mamma aveva chiamato così per rendergli la vita più facile. Deborah stava solo e in disparte... si fosse fatto la doccia più spesso... chissà! Era uno di quei bambini che a Carnevale mandavamo nelle altre classi al posto delle fialette puzzolenti.
A un tratto Claudio Castello si avvicinò a Deborah. I ragazzi ammutolirono guardando commossi la scena. Claudio era furbo per natura e socialista per vocazione, rubò la merenda di Deborah e scappò; allora Deborah, che era timidissimo e dolce, si avvicinò a Claudio e con un cric gli sgranò tutti i denti.
C'è ancora il pavimento pieno di molari. Quello fu un giorno commovente e i ragazzi impararono un fatto importante: "Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane".
Mentre Castello cercava ancora i suoi canini entrò il preside con aria mesta, salutò con grande dignità e disse: "Ragazzi devo darvi una brutta notizia, avrete un altro maestro, quello dell'anno scorso è morto!". Ci fu un boato di gioia, applausi, tutta la curva B della classe intonò un tripudio. "E' stato il fumo a ucciderlo" disse il preside.
Il maestro dell'anno passato era un uomo decrepito, aveva il volto incartapecorito dalle rughe, capelli bianchi e radi, denti cariati, spalle curve e parlava con voce roca e catarrosa. Aveva ventitre anni.
Un giorno lesse sul pacchetto di sigarette: "Il fumo nuoce gravemente alla salute". Allora cominciò a ridere, ridere, ridere e rise tanto che morì soffocato.
Il mio compagno Bakunin lo diceva sempre: "Sarà una risata che vi seppellirà".
Così il preside ci presentò il maestro di quest'anno. Si chiamava Sergio Sergio, Sergio di nome e Sergio di cognome, ma tutti per comodità lo chiamavamo Piero. Un ragazzo timidissimo. Quando noi bambini entravamo in classe lui si alzava.
Era giovane, aveva ancora l'acne juvenilis, non molta in realtà, un foruncolo solo, ma non siamo mai riusciti a vederlo bene in faccia perchè quel foruncolo lo copriva tutto. Ricordo che Garrone quel giorno gli chiese: "Possiamo dar fuoco alla maestra di ginnastica sul prato?".
"Non credo" rispose lui timido "si rovina tutto il prato, comunque domani chiederò al preside".
Capimmo che quello sarebbe stato un anno particolare.
Quel giorno ritrovai anche tutti gli altri miei compagni: Musiani Silvio, il primo della classe; intelligente come un ramarro, aveva passato tutta l'estate a studiare a memoria il programma di quest'anno per non fare brutta figura.
Scannaguaglia Pino, il piccolo iettatore; quando lo vedevamo ci grattavamo tutti. Era il compagno preferito dalla Forgioni, la bambina ninfomane, perchè con quella scusa poteva toccare chiunque.
Giacchetti Lorenzo, lo psicolabile: già all'appello, quando lo chiamarono, pensando di dover essere interrogato si cosparse di benzina e si dette fuoco.
Poletti Giovanni, il genio della scuola: suonava il piano e il violino, scriveva poesie, conosceva la teoria della relatività, sapeva fare la crostata di mirtilli, aveva la patente anche per i Tir. Al "Costanzo show" non volle mai andare perchè la trovava una trasmissione per ragazzi. Aveva sei anni e otto mesi.
Poi c'era il ripetente Paganini Nicola (nulla a che vedere con il violinista; infatti il violinista suonava, il mio compagno era suonato) che tutti chiamavano "scoglio", non perchè fosse forte ma perchè aveva la testa dura come il porfido; era stato bocciato un sacco di volte, aveva ottantanove anni. Quest'anno però ce l'avrebbe messa tutta, per fare contenti i genitori.
Poi c'era Barnum, il piccolo Darix Barnum, un ragazzo che viveva col circo. Suo padre era un pezzo d'uomo, nel senso che faceva il trapezista, era caduto nella gabbia delle tigri, e non ne era rimasto un gran che. La madre era la donna cannone, erano costretti a incontrarsi in volo, perchè i genitori contrastavano il loro amore. Erano rapporti fugaci, amplessi velocissimi, ma da uno di questi nacque Darix. Era un ragazzo vivace, un po' troppo, sarà che era circense, ma come sapeva far girare le palle lui non le sapeva far girare nessuno. Riusciva anche a starci sopra, stava sulle palle quasi a tutti. Era fachiro, mangiava il fuoco, beveva la nafta, ingoiava vetri e chiodi: certo la mattina era un problema, ma per amore dell'arte... Dopo il suo numero, si prendeva quattro chili di Falqui. "Ai bambini buoni la dolce Euchessina", sarà che lui non era buono, ma non gli bastava nemmeno l'idraulico liquido."
lunedì 27 dicembre 2010
Le notizie genuine
Passato il natale sommerso da una sdraiata di regali più o meno utili (colgo l'occasione di fare gli auguri a tutti i lettori, anche se in ritardo... ma in anticipo per farvi gli auguri di buon anno).
Tra i vari regali mi hanno regalato un libretto dal titolo "Informazione, istruzioni per l'uso. Vademecum per un consumo responsabile di televisioni, giornali, radio e web in Italia".
Ovviamente è un librettono tendenzialmente di sinistra... ancora non l'ho letto, ma penso che la morale sarà che tutte le notizie sono falsate e che le uniche autentiche sono queste (prossimamente, quando leggerò tale opera farò commenti a tal proposito).
Tra i vari regali mi hanno regalato un libretto dal titolo "Informazione, istruzioni per l'uso. Vademecum per un consumo responsabile di televisioni, giornali, radio e web in Italia".
Ovviamente è un librettono tendenzialmente di sinistra... ancora non l'ho letto, ma penso che la morale sarà che tutte le notizie sono falsate e che le uniche autentiche sono queste (prossimamente, quando leggerò tale opera farò commenti a tal proposito).
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