Puntuale a metà settembre arrivano le proteste degli studenti contro le riforme di turno e contro gli errori nei test di ammissione all'università che prevedono l'accesso col numero chiuso.
Quest'anno nell'occhio del ciclone è finita la facoltà di medicina di Firenze dove la prova si è svolta in un'aula che aveva alle pareti la tavola degli elementi della chimica.
Il putiferio che si è scatenato ha ridato fiato a coloro che vorrebbero abolire il numero chiuso sostenendo che impedisce ai giovani di seguire la loro vocazione.
A parte il fatto che questa modalità do accesso all'univeristà è adottata in tutto il mondo occidentale, gli argomenti a suo favore sono solidi.
Innanzitutto evita di inflazionare il numero di laureati in un certo settore con conseguente difficoltà o impossibilità di trovare un lavoro attinente a ciò per cui si è studiato. E già questo non è poco.
Ma il numero chiuso serve anche ad adeguare gli iscritti alla possibilità didattica (aule e docenti) e di strutture (laboratori) presenti alle università.
Ridurre quindi gli iscritti alle necessità del mercato e alle capacità di accoglienza degli atenei significa avere laureati migliori e far risparmiare parecchi soldi alle università. Soldi che potrebbero andare a finanziare la ricerca.
Bene fa quindi il ministro Gelmini a voler estendere anche alle facoltà letterarie il numero chiuso senza il quale si continuerebbe a perpetrare il dramma dei precari nella scuola.
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