mercoledì 8 settembre 2010

Il tempo si incupisce

Con i ritorno al lavoro si va verso l'autunno, la stagione che porta di solito con se molte tristezze: fine dell'estate, del divertimento, delle compagnie e uscite serali....

Un duro colpo il ritorno alla realtà, anche se, come diceva anche Beppe Grillo, non si può esser sempre felici, altrimenti saremo cretini e deficienti... è la vita che ci porta a oscillare d'umore.

Dopo il casinoso venerdì passato, ho avuto una brutta notizia (per me) nel campo "amoroso" che mi chiude l'ennesima porta che stavo per aprire, che inesorabilmente si richiude quando sta partendo la stoccata vincente (tra l'altro più passa il tempo e più il destino par prendersi gioco di me).

Non mi addentro nei particolari... vi posso solo dire che sono un po' spiazzato da questo cambiamento repentino che è tipico quando si passa da uno stato di spensieratezza totale al più incasinoso mondo dei pensieri.

Una cosa ho però imparato quest'estate leggendo "Le piccole cose che cambiano la vita" di Raffaele Morelli: per stare bene bisogna non pensare e non decidere niente, ma solo osservare cosa sta accadendo in quel momento.

Vi riporto un brano tratto da questo libro, dal capitolo "Diventa puro sguardo".

"Io da tempo ho perso l'abitudine di prendere decisioni. E delle volte mi dico: "Raffaele, mancano due minuti". E mi rispondo "non decidere". Io non decido mai.

Anzi, quando mi viene da decidere, osservo, semplicemente osservo. A volte, qualcosa di più forte di me, di atavico, mi porta a prendere decisioni, ma io cerco sempre di non decidere. Perchè ragiono così: se qualcosa mi ha creato senza il mio parere, allora io lascio fare a quel qualcosa.

Io devo osservare il problema e basta.

Cosa non va bene nel rapporto con mia mamma? Osservo, finito. Non ci devo pensare più. Basta!

E con gli stati d'animo faccio la stessa cosa: li osservo quando arrivano.

Io li voglio guardare, e se sono tremendi li guardo ancora di più. Mi viene un brutto pensiero, io lo voglio guardare! Io voglio guardare ciò che abita dentro di me, adesso! Questa è la partita, perchè se io lo guardo lui si dissolverà!

Devo affidarmi solo allo sguardo, e lasciar perdere il pensiero, anche se spesso rappresenta ciò a cui siamo più attaccati. Il pensiero ci fa commettere un errore fondamentale. Ci dà l'idea di permanenza. Ma ciò che è accaduto un minuto fa, non c'è già più.

Sei tu che lo fai durare con il pensiero, ma non ci sarebbe più e non tornerebbe più... Se noi non lo richiamassimo in campo con il ricordo, si trasformerebbe in energia, e ci preparerebbe alla prossima mossa; come una partita a scacchi. E questa mossa prepara quella che verrà. Ma il pensiero ferma questo processo naturale. Il pensiero ti consegna un'idea di permanenza.

Perchè in tutte le tradizioni i Maestri cambiano nome agli adepti? E' come se dicessero: "guarda che tu con quel nome richiami automaticamente in campo la tua storia. Tu non sei il tuo nome, ricordalo bene. Non sei il tuo nome".

Per comprendere come siamo, dobbiamo immaginarci come un cubetto di ghiaccio che si scioglie; l'emblema dell'impermanenza. Perchè, se seguiamo la testa, passiamo il tempo a ripetere: "guarda com'è il mio cubetto, il mio è più quadrato del tuo, più freddo, più alto, ha più acqua, ha meno acqua...". E non ci rendiamo conto che l'"evento" è l'acqua e non il cubeto.

Che l'acqua si scioglie e torna all'acqua. E che il cubetto non è nient'altro che una "forma" dell'acqua. Il cubetto deve fare l'acqua...

Questa è tutta la partita."

Domani vi riporterò un altro pezzo di questo capitolo, che farà capire ancor di più che sono i pensieri che ci fanno sentir male la maggior parte delle volte... oggi ho riportato questo trafiletto perchè mi piaceva l'esempio del cubetto di ghiaccio.

domenica 5 settembre 2010

Che tipo è chi sta al volante? Basta un'occhiata al baule

Il cucciolo di leone sotto anestesia, scambiato dagli agenti per un peluche, mi offre l'occasione di gettare un occhio nei bagagliai delle nostre macchine. Dimmi cosa c'è nel tuo baule e ti dirò... eccetera. Ma la prima osservazione è che non esiste il baule, non esisterebbe il cinquanta per cento dei thriller tv che ci sciroppiamo ogni sera, con relativo occultamento di cadaveri di mariti, mogli e amanti (così come non esisterebbe l'altro cinquanta per cento se nei cottages americani le finestre del primo piano non fossero a ghigliottina: si alza il vetro inferiore e si scavalca agevolmente mentre la vittima dorme. La logica vorrebbe che dopo la visione di un centinaio di questi gialli, si affermasse in America una fiorente industria di inferriate nonchè di tapparelle per nascondere gli amplessi, regolarmente spiati dai maniaci sessuali attraverso lievissime tendine. E forse qualche imprenditore ci ha provato pure ma è stato indimidito dalla più potente industria cinematografica che, come dicevo, temeva la crisi dell'intero filone poliziesco).

Torniamo al baule nei suoi aspetti più rilassanti, senza cadaveri. Baule come impronta digitale di ognuno di noi. Sappiamo che rovistando nel sacco dei rifiuti gettato nel cassonetto si potrebbero ricostruire il tenore di vita e le abitudini alimentari di ogni famiglia. Qualcosa di simile accade per il baule. Per esempio vi albergano oggetti che scandiscono l'alternarsi delle stagioni: le catene da neve che ci si ricorda di togliere solo quando si parte per il mare, o le pinne e il boccaglio che si rimuovono soltanto quando si parte per la settimana bianca. Sfida invece tutte le stagioni l'ombrello comprato per 5 euro in spiaggia sotto il sole di ferragosto da un vucumprà mezzo pazzo e mezzo genio.

Spesso si trova lì dentro anche la prova di una nostra sciocca abitudine. I fiori si dovrebbero guardare e fotografare là dove li ha seminati madre natura. Non si dovrebbero cogliere per metterli nel baule e lasciarveli marcire. Nei più civili paesi del nord chi strappa fiori si becca la multa che lo metterà in regola per sempre. Naturalmente nei bauli albergano non solo oggetti di reato. Le scarpe di pronto impiego, per esempio. Quelle da trekking, da calcetto, da infradito per piscina. E le calzature a punta con ipertacco che le donne in carriera calzano rapidamente quando parcheggiano e si sfilano le ballerine da frizione e accelleratore. Molto diffusa anche la scatola di scarpe piena di cd intergenerazionali, dal nonno al nipote.

Un tempo vivevano nel baule anche le racchette Maxima tenute in forma nel trapezio di legno sigillato con le grossi viti a farfalla. Adesso ci sono le racchette in carbonio, tugsteno, o vattelapesca che non si svergolano neanche sotto un trattore a cigoli. Qualcuno ci tiene anche la sacca con le mazze da golf. I golfisti sono persone deliziose quando le tratti singolarmente, ma se te li ritrovi a tavola non di rado ti emarginano brutalmente perchè parlano fra loro di handicap, ferro 3 e buca par 4 (questo per lo meno in Italia. In America sono andato felicemente a pranzo con golfisti che conversavano anche di cinema, Iraq, effetto serra).

In netto declino l'attrezzatura da picnic, tovaglie, stoviglie, thermos, polpettone e torta margherita. Oggi si va in cerca di agriturismi che ti servono il "vino della casa" dopo averlo travasato in caraffa dai cartoni del supermarket. Raro e inteligente il secchio di tenerla impermeabile per rifornimenti volanti (fino agli anni 60, immancabile il fiasco per cercar acqua dal contadino e rabboccare i radiatori fumanti, ancora inadeguati al respiro autostradale). Dimenticati in un angolo i corsetti arancione e fosforo che non si indossano mai quando si scende di notte. Spesso latitante un attrezzo obbligatorio: il triangolo catarinfrangente. Il perchè è semplice: l'abbiamo collocato alla distanza regolamentare dal nostro veicolo in panne e l'abbiamo lasciato là quando l'elettrauto ci ha fatto ripartire.

Non è raro che un baule puzzi di cagnuss perchè ci si tiene il plaid tutto impelluccato e sbavato, da stendere sul divanetto posteriore quando si porta in gita anche lui, labrador e chihuahua che sia. Nel bagagliaio spesso finiscono poi tutte quelle carte e documenti che si impilano sui sedili posteriori e che si sgombrano frettolosamente, destinazione baule, quando si fanno salire degli ospiti. Si ritrovano soltanto quando si cambia macchina e nel repulisti generale si scoprono mazzi di chiavi cercati per anni, rogiti notarili, documenti indispensabili alla nostra sopravvivenza, una vecchia edizione di Joseph Roth scovata in una bancarella, affettuosi portafortuna scomparsi di cui si è andati inutilmente alla caccia infilando le mani nelle fessure delle poltrone. Morale: mai sistemare "momentaneamente" una cosa importante nel baule. Non posso chiudere questa panoramica sui nostri bagagli senza un reverente omaggio ai bauli verdi borchiati in ottone, anni trenta, che venivano sostenuti da camerieri in giacca di rigatino e agganciati con grosse fibbie di cuoio sul retro delle Isotta Fraschini e delle Buick dalle gomme bianche. Costudivano i frak, le cappelliere, le vesti corte da fox trop, le parures d'oro e di platino, insomma le follie del Grande Gatsby.

sabato 4 settembre 2010

Seratina di nulla!!

Oggi mi do al diary Toccao... ovvero le avventure dello scrittore di questo blog.

La storia è al limite del fantozziano, ma che ci vuoi fare... saranno cose che davvero accomunano tutti i ragionieri.

Evento: compleanno di mia sorella. Invitati: gente varia di pistoia (tra i quali c'è da prendere un infiltrato a prato) e firenze (tra i quali c'è un'infiltrata lucchese; luogo dei festeggiamenti: ancora sconosciuto (dopo un giorno... e già qui siamo al primo punto critico).

Tutto ha inizio con il primo ritrovo con il gruppo pistoiese davanti al distributore che si trova di fronte al Mc Donald's... ore 9.30 che diventa facilmente 10 per i vari ritardi.

Sembrava già tutto qui... ma c'è da andare a Prato a prendere un altro, che anche lui è davanti ad un Mc Donald's a Prato. Su tre macchine due dicono di sapere dove andare, e io seguo a ruota. Ovviamente uno arriva subito e io che ho seguito la seconda macchina ci siamo persi. Morale della favola si raggiunge il posto di ritrovo alle 10.45.

Ora entra in scena il mio navigatore: subito una strada in controsenso per imbeccare la strada da percorrere e subito una macchina si da per dispersa... visto che si deve andare verso Firenze si va in quella direzione e i dispersi, per creare caos, cambiano continuamente punto di ritrovo (due volte per l'esattezza).

Riaggregati si riparte, ma sempre "i dispersi" si riperdono per novoli e cercano di capire almeno dov'è la discoteca da raggiungere... verso mezzanotte si riescono a capire dove si trova e ci vanno.

Noi, che si doveva caricare i vari fiorentini, ci aspettano in Via Erbosa... fatalità vuole che ce ne siano due per Firenze: una in Firenze-città e l'altra a Campi Bisenzio... ovviamente il navigatore prende quella sbagliata, ovvero quella di Firenze.

Nel mentre uno che voleva raggiungerci dopo, si scopre che si era recato al Central, posto che avevamo deciso nei primissimi giorni, ma poi cancellato visto la chiusura del locale.

Ovviamente dopo poco si spenge il navigatore (batteria scarica) che però è riuscito a portarci alla strada principale di Campi... si risbaglia un paio di strade ma si riesce ad arrivare a un punto di ritrovo alternativo su tale strada.

In pratica si arriva a casa di questa gente alle 0.48... l'ora stabilita era le 10.30, ampiamente superata.

Si parte per la disco... sorpresa!!! C'è solo latino americano, e in pista troviamo gente espulsa dal don carlos perchè troppo vecchi.

Si tira fino alle due, cacciati dal proprietario; era l'ora di chiusura e, per far andar via la gente, dicono per ben due volte alla gente di andare via perchè poi chiudono il parcheggio.

Si decide di andare in un altro posto per prolungare la serata.... ma purtroppo questo proposito si ripeterà per 4 volte, trovando sempre chiuso ovunque si andasse.

Sono le 3.30... i pistoiesi propongono di andare a Prato a prendere due paste o la dormita immediata (ah già... erano rimasti solo i dispersi, gli altri ci avevano lasciato subito dopo la discoteca).

Noi si riporta a casa le altre e si riesce a tornare a pistoia alle 4.40.

Unica nota lieta della serata: le tante facce incredule e la discoteca ricreata in macchina durante il viaggio.

Però non poso che concludere con gli auguri di buon compleanno a mia sorella, anche se in ritardo.

mercoledì 1 settembre 2010

Il "nero" diventa una tentazione

Anche oggi vi voglio riportare un articolo della nazione che è stato scritto da un lettore del quotidiano riguardo alle difficoltà in questi tempi di crisi di riuscire a guadagnare qualcosa... il problema è semplice: se metto poco "ricarico" su quel che vendo, continuo ad avere la clientela, altrimenti chiudo per mancanza di compratori (almeno che non prenda la strada alternativa del nero, con le sue conseguenze).

"Ogni mattina leggo sulle locandine dei quotidiani titoloni sull'attività della Guardia di Finanza o dell'Agenzia delle Entrate per accertare e reprimere l'evasione fiscale. 'Ispezionati 20 alberghi per accertare il reddito dei clienti' oppure 'controllati i documenti di proprietà degli yacht del porto di Viareggio' e via di questo passo.

Terrorismo fiscale che fa solo danni a chi lavora seriamente. Sono un professionista e, forse è difficile a credersi, mi sono sempre fatto un punto d'onore di fatturare tutto, in pratica di non fare il famoso "nero". Ciò non di meno faccio sempre più fatica a tirare avanti perchè, nelle parcelle che rimetto ai miei clienti, ci deve pur essere anche una parte per me oltre alla quota ingentissima che devo necessariamente esigere per lo Stato sotto forma di Iva, Irpef, Irap e altre varie. E poichè la mia clientela è formata per lo più da privati i quali l'Iva non la deducono, per essi questa imposta costituisce un "prezzo". Per cui su 1000 euro di incasso 175 circa sono Iva, 340 Irpef, 11 addizionali, 40 Irap, 140 contributo previdenziale: totale 706 euro. Poi ci sono le spese generali. Ciò che resta è il guadagno del professionista. Altro che 43% di pressione fiscale! Francamente è un'imposizione pesantissima, che costringe il lavoratore autonomo onesto a essere "carissimo" con i propri clienti non per arricchirsi, ma per soddisfare le pretese dello Stato. Ne consegue che i clienti sono poi i primi a chiedere di fare il "nero" per avere un po' di risparmio".

martedì 31 agosto 2010

Noi, temprati dalla Salerno - Reggio e pronti a tutto

Dopo l'articolo che vi ho riportato ieri sull'ingorgo del secolo che c'è in Cina, mi pareva giusto riportare il commento su tale fatto di Mario Caligiuri.

"Forse è questione di allenamento. Se in Cina esistesse una Salerno -
Reggio Calabria, probabilmente il maxi ingorgo sulla via del Tibet non avrebbe colto di sorpresa migliaia di sfortunati viaggiatori. Chi conosce la Salerno - Reggio (io purtroppo la frequento spesso) sa che stiamo parlando di un costante test di resistenza psicofisica, di una infinita sfida tra uomo e ambiente ostile. Insomma, una palestra di vita. L'iltima volta che l'ho percorsa, quattro giorni fa, tutto sommato è andata bene. Per il tratto tra Rende e Rosarno, circa 130 chilometri ho impiegato quasi un'ora e venti, incontrando "solo" 5 interruzioni. Tempi accettabili, quasi trionfali, in una giornata da "bollino nero": sull'altra corsia, nella direzione di Salerno, ho visto lunghe file silenziose e rassegnate.

Ogni volta quella strada mi riserva sorprese e mi insegna qualcosa: mai credere che non possa andare peggio di quando va male; mai prendere appuntamenti a orari tassativi e non modificabili in corso di viaggio. Lo dico senza polemica, da cittadino (quasi) rassegnato ad avversità inevitabili, come l'afa d'estate o i reumatismi da vecchi. Certo, continuo a chiedermi se sia concepibile che occorrano lustri per avere un tracciato autostradale con normali standard europei. E questo mentre nel resto dei Paesi sviluppati si viaggia a quattro corsie. Mi chiedo se sia questo il modo per sostenere e sviluppare il turismo. E ricordo a me stesso i costi diretti (finora oltre 7 miliardi di euro: circa 14 mila miliardi di vecchie lire) e indiretti (da quantificare) di questa grande opera. Qualcuno può prevedere con ragionevole certezza quando realmente avranno fine i lavori? Sul sito dell'Anas si legge che termineranno entro il 2014, anche se il direttore dei rapporti istituzionali Giuseppe Scanni li prevede conclusi per il 2013.

Speriamo davvero che sia così, visto che la data di ultimazione è slittata più di una volta: fissata al 2003, è stata poi spostata al 2008 per indicare adesso il 2013. E continua a preoccuparci quanto si legge nella relazione della Commissione parlamentare antimafia, a proposito di pesanti condizionamenti nella realizzazione delle opere da parte della criminalità organizzata (che mai come in questi ultimi anni viene contrastata con grande fermezza e colpita al cuore nei patrimoni). Un Paese moderno e civile deve necessariamente dotarsi di infrastutture adeguate alle sue potenzialità e alle sue ambizioni. Intanto consoliamoci leggendo dell'ingorgo cinese: nemmeno sulla Salerno - Reggio si poteva immaginare un film del genere".

lunedì 30 agosto 2010

Prigionieri nell'ingorgo del secolo

Sono tornato ieri sera dal mare, dopo una vacanza da catalogare tra le migliori, nonostante sia rimasto sempre al Lido.

Tornato senza torvar traffico, a differenza di altre parti, come ad esempio in Cina, dove abbiamo avuto un ingorgo da primato. Questo è l'articolo de "La nazione" del 25 agosto.

TITOLO: Prigionieri nell'ingorgo del secolo. Cina, in coda fino a metà settembre.

"Ingannano il tempo giocando a carte, su giornali e cartoni stesi a terra nei pochi centimetri che sono liberi da camion e auto e che servono anche per sgranchirsi le gambe. Sono migliaia le persone bloccate su una autostrada cinese nel più grande ingorgo della storia, che quello del film "Un giorno di ordinaria follia", dove Michael Douglas esasperato dal traffico di Los Angeles comincia a sparare all'impazzata, è roba da ragazzi. Cento chilometri che sono diventati una prigione per tutti i mezzi attorno a Pechino, diretti da o verso la Mongolia e quindi - proseguendo - il Tibet. I punti estremi del blocco sono da una parte Huaian, nella provincia di Hebei, dall'altra Jining, nella Mongolia interna.

L'autostrada non ha retto la chiusura della principale arteria parallela, la National Expressway 110, la strada lungo la quale corre il traffico dei mezzi pesanti che trasportano soprattutto il carbone estratto dalle miniere mongole, ancora fonte di reddito per molti. La strada nazionale è chiusa per lavori di rifacimento dell'asfalto, che non ha retto negli anni la pressione del traffico, e quindi qualsiasi trasporto è dirottato su una autostrada che è già di per sè molto frequentata da pendolari e dai cinesi che si racano in varie parti dell'immensa nazione. I primi disagi ci sono stati dieci giorni fa e da allora, in pratica, si contano i prigionieri del serpentone, che si muove a fatica (e mai a più di tre chilometri l'ora, è stato calcolato) e con lunghe soste. I lavori sulla 110 finiranno a metà settembre, c'è il rischio che per quel periodo ci sia ancora qualcuno bloccato, visto che non ci sono uscite lungo questo tratto in grado di far defluire il traffico.

A non tutti è andata male, comunque. Visto che l'ingegno si aguzza nei momenti più delicati, le persone che vivono lungo i cento chilometri si sono improvvisati commercianti e vendono, dai lati della strada, generi di conforto ai disperati automobilisti, mentre il governo ha concentrato centinaia di pattuglie nella zona per vedere se si riesce a cavare un ragno dal buco. Ma i prigionieri da Guinness ormai hanno capito che la loro "detenzione" durerà ancora diversi giorni."

venerdì 6 agosto 2010

Tutti al mare!!!

E' arrivato il momento tanto sospirato di ogni lavoratore: le FERIE!! Quindi anche questo blog rimarrà inattivo per il resto del mese d'agosto.

Vi lascio con una barzelletta del villaggio più famoso d'Italia: il Tanka village.